Eredi, non reduci: tre consigli per ripartire

“Eredi, non reduci”, ha detto Matteo Renzi al Lingotto, per lanciare la sua candidatura alla Segreteria del Partito Democratico. Eredi di una tradizione di centrosinistra riformista, a vocazione maggioritaria: quella che crede in una società aperta, in cui si è meno liberi se c’è meno giustizia sociale e in cui c’è meno giustizia sociale se si è meno liberi; quella che non ha paura di pronunciare la parola “merito”, ma che non si dimentica di chi è in difficoltà; quella che incoraggia l’ambizione di chi ha voglia di fare le cose in grande, ma che non si scorda che i sogni da alimentare sono quelli di tutti, non solo quelli di chi parte avvantaggiato; quella che, in fin dei conti, ha sempre preferito il frutto del duro lavoro, della fatica e del talento, alla comodità di un lauto patrimonio, o di una rendita di posizione.

Si è detto che ci ritroviamo tutti “per discutere, per dividerci se necessario”, pur rimanendo nel solco – eredi, appunto – dei nostri valori fondamentali, e che è importante restituire significato alla parola “compagno” (dal latino “companio”: colui che ha il pane in comune). Ecco, dalla posizione di chi mai si è chiamato fuori dalla tradizione originaria del Pd e ha condiviso ben più del solo pane – ma anche tempo, idee, emozioni e speranze – con chi di questa tradizione si è fatto rappresentante, provo a mettere in fila un po’ di consigli da cui ripartire.

  • Non si deve perdere il coraggio di dire la verità

Matteo Renzi diceva con forza, qualche anno fa, che il debito pubblico va tenuto sotto controllo non per fare un favore all’Europa, ma per fare un favore ai nostri figli. Questa era e rimane una grande verità, che non bisogna avere timore di ribadire. Gli accenni all’Europa degli “zero virgola” e dei “tecnocrati” invece rimandano ad una retorica che non ci appartiene. Non ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono le giovani generazioni. Non mettiamo l’idea – dirompente e necessaria – di un’Europa più unita, più solidale e più aperta al mondo in contrapposizione con il principio dell’equilibrio dei conti pubblici perché l’una non esclude l’altro.

Bisogna dire al Paese la verità sulle condizioni economiche in cui versa e provare con entusiasmo a proporre le nostre idee di cambiamento. L’Italia ha pochi laureati rispetto agli altri paesi europei e buona parte di essi non sono assorbiti dal nostro tessuto produttivo. La nostra produttività del lavoro non cresce da 20 anni e, con essa, i salari. Poche persone lavorano, in particolare fra le donne, e i pochi che lavorano sono ultratassati. Il numero di persone a rischio povertà è raddoppiato dall’inizio della crisi ad oggi e la nostra spesa pubblica non è stata in grado di offrire una prospettiva di ascesa sociale ai più poveri. Insomma, nonostante gli sforzi degli ultimi tre anni su tutti questi fronti, dal JobsAct al reddito di inclusione, dai variegati tagli di tasse alla riforma (parziale) della scuola, i passi in avanti da fare rimangono molti ed è bene che il Paese lo sappia (e che lo sappia anche il Pd).

  • Riconosciamo in che cosa non siamo stati eredi

Nonostante gli ultimi anni abbiano dimostrato che il Pd a vocazione maggioritaria non solo abbia senso di esistere, ma sia anche (forse l’unica) alternativa all’ascesa della destra sociale (declinata in forme particolari sia dalla Lega sia dal M5S), si può riconoscere in serenità che qualche passo falso sia stato compiuto. E’ stato compiuto quando il Pd si è sentito un po’ meno erede di una nobile tradizione riformista e un po’ più reduce da 20 anni di vecchia politica. La cancellazione dell’Imu (una tassa patrimoniale) sulla prima casa e la retorica dei bonus (500 Euro a insegnanti, poliziotti, diciottenni, ecc.) sono politiche che non si inseriscono nel solco tradizionale delle riforme desiderate dal centrosinistra, né hanno solide motivazioni economiche a loro sostegno. La combinazione di queste due caratteristiche rende queste misure inopportune, sia da una prospettiva ideale, sia da una prospettiva pragmatica. Si può discuterne di nuovo, senza drammi.

  • Siamo orgogliosi di ciò che di buono abbiamo fatto per il Paese e non smettiamo di pensare che sforzarsi di cambiarlo sia meglio di lamentarsi

Si sono fatte riforme importanti, negli ultimi tre anni, di cui andare orgogliosi: basterebbe il JobsAct, con 700,000 nuovi posti di lavoro (di cui i ¾ permanenti) e la creazione del primo sussidio di disoccupazione universale nella storia del Paese, per esserlo. Ma ci sono stati anche altri passaggi importanti: la creazione di un’agenzia nazionale anti-corruzione, le unioni civili, il reddito di inclusione (il primo strumento organico di lotta alla povertà), solo per citarne alcuni. La riforma della Pubblica Amministrazione, la riforma della scuola e l’istituzione delle politiche attive per il lavoro sono altri provvedimenti che vanno nella giusta direzione, ma che necessitano di efficaci politiche di implementazione. Il Pd ha ragione di rivendicare ciò che di buono è stato fatto, perché, in un paese che di riforme vere non ne ha quasi mai digerite (se non sotto il diktat di un governo tecnico), si è preso la responsabilità di guidare un processo di riformismo dal basso. Imperfetto forse, ma innovativo. Non bisogna perdere (se già non lo abbiamo perso) quello spirito iniziale, quello ambizioso di rivoltare il paese come un calzino, quello del “fuori i partiti dalla Rai” e del “fuori i partiti dalle banche”. Un paese non muore di “bulimia di riforme”, ma di un declino lento e implacabile che solo riforme audaci possono impedire. E’ vero: è tempo di proporzionale e di partitini, ma proviamo, almeno noi, a non arrenderci e a pensare in grande. Promettiamoci che arriveremo a 60 anni guardandoci in faccia e dicendoci che almeno ci avremo provato, invece di stare con il broncio a lamentarci di quante cose non funzionano.

Buona fortuna a tutti, ne avremo bisogno.

Andrea Cerrato

Gianni Morandi e l’Italia che mi mancherà

Stamattina ho acceso il telefono e ho visto una foto di Gianni Morandi, che faceva stretching. Rispondeva con la solita pacatezza, tipica di chi ha un animo sereno e imperturbabile, temprato da una vita lunga e a tratti faticosa, alle lingue maligne di chi lo prendeva in giro.

Ho pensato che Gianni rappresenta un’Italia che fra non molto scomparirà e che con tutta probabilità mi mancherà da morire. Quella generazione che ha sperimentato in giovinezza  la povertà (o per lo meno l’umiltà), che ha vissuto da protagonista gli anni del boom e che ora vive in serenità la sua vecchiaia. Vedo in Gianni le conversazioni al mercato (magari in dialetto) e i pranzi domenicali di famiglia. Mi ricorda un po’ mio zio Mario, Gianni: un cuore grande così, il sorriso costantemente stampato sul volto, la capacità di vedere sempre il positivo nelle vicende della vita e di non prendersi troppo sul serio. E ancora, umiltà e sacrificio, al fine di offrire a chi viene dopo una vita migliore. Molte di queste qualità mancano disgraziatamente al sottoscritto e a una fetta maggioritaria della nostra generazione, viziata, personalizzata, polarizzata, sempre alla ricerca dello scontro e dell’imposizione della propria personalità su quella dell’altro.

Gianni vive, come mio zio, con curiosità la rivoluzione tecnologica che ha investito l’umanità nell’ultimo ventennio. Ma vi è, nel modo in cui si serve della tecnologia, una vena allo stesso tempo vintage e popolare, che fa della gentilezza e del dialogo gli ingredienti fondamentali dello stare insieme, anche sui social. Impietoso è il paragone fra questo tipo di approccio e quello sguaiato e urlato, di cui molti di noi giovani (io compreso, talvolta) ci rendiamo protagonisti, quando parliamo di calcio o di politica, magari. Le risposte offerte con pazienza agli ultras di Salvini sono una fotografia chiara di questo divario abissale di umanità.

Dovremmo imparare un po’ tutti da Gianni, o da tutti gli zii Marii presenti nelle nostre famiglie. Disponibilità nei confronti degli altri, dialogo, dialogo e ancora dialogo, magari condito da qualche parola di gentilezza: “Grazie”, “Mi Scusi”, “Le serve una mano?”. Il modo migliore per seminare comprensione e compassione nel mondo, cose di cui personalmente sento sempre di più la mancanza. Cerchiamo di non perderci nei nostri personalismi, ma di ritrovare nell’esempio di chi ha vissuto qualche anno in più di noi gli ingredienti fondamentali per un sereno vivere comune. Altrimenti ci inaridiremo, come singoli, e ci sfasceremo, come comunità.

Andrea Cerrato

Massimalismo Italicum

Renzi pone la questione di fiducia sull’Italicum. Non si dovrebbe fare, in linea di massima. Non è nello spirito di una legge elettorale condivisa, come tutti auspicavano fosse l’Italicum. Ma è vero che non è condivisa questa legge elettorale? Provo a rispondere ripercorrendo brevemente l’iter dell’Italicum, dalla prima proposta del patto del Nazareno, fino alla versione attuale.

Nella prima versione, il premio di maggioranza era fissato al 35%, poi al 37% in un secondo momento, fino ad arrivare al 40% della proposta attuale. Perché? Motivazioni sacrosante: la Consulta bocciò il Procellum anche per l’incredibile premio di maggioranza che garantiva al primo partito. Questo è il primo esempio di una modifica sostanziale e migliorativa dell’attuale legge elettorale, che soddisfa le richieste del Partito Democratico innanzitutto.

Il secondo turno è un’altra modifica importante rispetto al Porcellum, anch’esso tanto desiderato in passato dalla minoranza dem. Se nessuno dei partiti raggiunge il 40% al primo turno, si va al ballottaggio e il premio di maggioranza (che garantisce 340 deputati) viene conferito a chi vince. La restante parte dei seggi è distribuita in maniera proporzionale fra le altre forza politiche. Il premio di maggioranza va alla lista e non alla coalizione, per evitare le ammucchiate stile Unione nel 2006 e PdL due anni dopo.

Capitolo soglie. Altissime, nella prima versione dell’Italicum. 12% alla coalizione, 8% al partito, 4% per i partiti all’interno di una coalizione. S’è scesi al 3% per far contenti Alfano e Vendola, grazie agli emendamenti Finocchiaro.

Capitolo liste bloccate e preferenze. La prima versione dell’Italicum prevedeva liste bloccate, anche se più piccole di quelle previste dal Porcellum. S’è mediato anche qui, con chi pensa (a ragione o a torto, il dibattito è aperto) che le preferenze siano un metodo di selezione migliore delle liste bloccate. 100 collegi, capilista bloccati e gli altri eletti attraverso le preferenze, due, con parità di genere. Risultato: 60% dei deputati nominati, il restante 40% composto da eletti attraverso le preferenze. Ancora, le pluricandidature (probabilmente il capitolo meno meritorio della legge) sono state introdotte su pressione di Berlusconi e su richiesta di Alfano. Questi sono tutti inequivocabili frutti di mediazioni, che hanno nella maggior parte migliorato, in altri casi peggiorato, la versione iniziale dell’Italicum.

Le polemiche riguardanti questa legge e la questione di fiducia ad essa legata non rendono perciò giustizia al percorso di condivisione che c’è stato in questo anno e mezzo. L’impressione è che, ad un certo punto, l’obiettivo trasversale (di M5S e Lega lo è sempre stato, di FI e minoranza dem lo è diventato) sia stato quello di delegittimare questa legge a prescindere dai suoi contenuti. FI si è sfilata dopo che è stato eletto Mattarella e non Amato: ha votato l’Italicum in Senato e ora grida al Fascismo. La minoranza, parzialmente o totalmente accontentata su molti capitoli di mediazione (come abbiamo visto) e sull’elezione del Presidente della Repubblica, si tira ora indietro, nel suo solito avvinghiarsi massimalista che conduce all’inconcludenza.

Probabilmente, il gesto del Governo di porre la fiducia era evitabile. E’ una prova di forza, una spallata. Ma questo non consente a nessuno di sostenere che questa legge elettorale non abbia avuto un percorso condiviso. Semplicemente perché non è vero. Non sarà ampiamente condivisa,  se si guarda esclusivamente ai voti in Parlamento, lo sarà, se si guarda con onestà intellettuale ai fatti. Non basta che ad un certo punto qualcuno si alzi e cambi idea, per gridare allo stupro del Parlamento. Se si cambia idea, ci si prende le proprie responsabilità davanti al Paese e si vota contro, con tutte le conseguenze del caso.

Andrea Cerrato

Di che PIL stiamo parlando?

Immagino che molti di voi abbiano letto di recente la questione legata alla revisione del conteggio del Prodotto Interno Lordo. Tuttavia, dato che il tema non è dei più scottanti al momento, tenterò di riassumere in poche parole di che cosa si tratta. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è l’indice con cui si calcola il valore della produzione di beni e servizi in una determinata area geografica (tipicamente un Paese) e in un certo periodo di tempo (tipicamente un anno). Sembra scontato specificare che per beni e servizi si intende quelli di natura legale, non sommersa. E invece non lo è.

Da quest’anno in avanti il calcolo del PIL terrà conto di tutte le attività sommerse di un Paese. Questo cambiamento mi ha fatto sorgere molti dubbi, sia di natura tecnica, sia di natura “filosofica”.

Partiamo dai problemi tecnici. Il Prodotto Interno Lordo è un indice utile a valutare il volume dell’economia dei Paesi, quanti soldi vengono spesi e quanti beni e servizi vengono prodotti. Se si analizza la questione da quest’ottica si potrebbe anche comprendere l’intento di includere nel conteggio del PIL anche beni e servizi illegali prodotti e commerciati. Dopotutto, anche i soldi spesi in droghe e prostituzione sono indice del potere di acquisto degli agenti all’interno di un’economia.

Tuttavia, c’è un problema tecnico importante legato all’introduzione delle attività illegali nel conteggio del PIL. Infatti, esso viene principalmente utilizzato come ordine di grandezza utile a comparare altri indici che permettono di descrivere lo stato dell’economia di un Paese. Vi fornisco alcuni esempi: solitamente il debito accumulato negli anni da un Paese viene valutato in percentuale al PIL di una nazione, così come il deficit, o il surplus, che le finanze pubbliche possono generare in un anno. Perché queste grandezze vengono comparate al PIL? Perché di fatto esso è un indice preciso di quanto il Paese può essere in grado di pagare il debito o il deficit maturato in futuro: il PIL è, in poche parole, l’intera base imponibile di uno Stato. Comparare dunque il debito e il deficit di un Paese al suo Prodotto Interno Lordo, che conteggia anche le attività sommerse, è assurdo. Tali attività si chiamano “sommerse” per un motivo ben preciso: non fanno parte della base imponibile.

In secondo luogo, dobbiamo tenere conto del fatto che il PIL ha cominciato a rappresentare nel corso del tempo non soltanto un indice economico come altri, ma una vera e propria dimostrazione del benessere di un Paese. Tendenzialmente i Paesi più ricchi, sono quelli in cui si sta meglio e su questo non c’è dubbio. Ma il se il PIL è già stato per molti decenni erroneamente considerato l’unico indice in grado di descrivere il benessere di un Paese, ancora meno potrà essere considerato tale in futuro, se ci includiamo anche attività come la prostituzione, la droga, il lavoro nero non tutelato.

In virtù (si fa per dire) del riconteggio il nostro rapporto deficit/PIL è del 2.8%, sotto la fatidica soglia del 3%, e il nostro rapporto debito/PIL è del 128%, più basso del 132% registrato qualche mese fa. In breve, se per rientrare nei vincoli ci dobbiamo servire di questi espedienti matematici da quattro soldi, lasciamo perdere. Sono dati fasulli, perché non rappresentano la reale capacità dell’Italia di far fronte al suo debito.

Vi lascio con un discorso di qualche decennio fa, che Bob Kennedy pronunciò in riferimento al PIL americano:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

 Andrea Cerrato

What is Left

Il senso di essere di Sinistra nel secolo XXI? Vi propongo in breve la mia idea, che spero di sviluppare in modo più approfondito in futuro, attraverso altri mezzi.

La Sinistra del nuovo secolo racchiude la sua missione in due parole, che rappresentano concetti fra loro inscindibili: Libertà e Giustizia Sociale. Se il pensiero liberale privilegia una presunta Libertà alla Giustizia Sociale e il pensiero comunista privilegia una presunta Giustizia Sociale alla Libertà dell’individuo, la socialdemocrazia deve assumersi il compito di farsi carico di entrambi i valori, che non si escludono fra loro. Siamo più liberi se c’è più giustizia sociale e c’è più giustizia sociale se siamo più liberi. Vi consiglio qualche discorso di Barack Obama in questo senso.

Il compito della Socialdemocrazia è di applicare questi due valori cardine sia all’interpretazione della realtà sia alla proposta di soluzioni ai problemi che essa presenta. Essi devono essere i filtri con i quali si interpreta la società e la si prova a cambiare, a riformare.

Tant’è che le radici della Socialdemocrazia sono saldamente piantate in un percorso riformista, che rifiuta l’elemento rivoluzionario della teoria marxiana. Non è un caso questo: la via riformista è quella indicata dalla Storia, che ci ha presentato un capitalismo su larga scala efficiente e in grado di riformarsi. Il Welfare State è l’esempio lampante del percorso di evoluzione qualitativa del capitalismo nel corso della Storia, della sua capacità di autocorreggersi. Questo non significa che l’attuale modo di organizzarci e di distribuire risorse sia destinato a sopravvivere per sempre, anzi. Ma sarebbe assurdo proporsi di fare politica prescindendo dalle circostanze fattuali del mondo in cui viviamo. Bisogna essere concreti qui ed ora e lungimiranti nell’interpretazione delle dinamiche sociali ed economiche che, a lungo termine, possono portare a un superamento dell’attuale modo di organizzarci come società. Questo è ciò che storicamente ed ontologicamente divide la socialdemocrazia dai partiti comunisti.

C’è un concetto che riassume in sé i due principi cardine che ho enunciato prima: si chiama Equità. Preferisco Equità ad Uguaglianza perché credo che la “differenziazione” sia un dato di fatto inequivocabile ed un valore da preservare. Non siamo tutti uguali e mai lo saremo: abbiamo sensibilità diverse, intelligenze diverse, esigenze diverse, idee diverse, occhi diversi e cuori diversi. Il capitalismo ha superato in pregio il comunismo storico perché ha colto che ciò che differenzia gli uomini è più di ciò che li accomuna. Ma se ammettiamo la nostra diversità e tuteliamo la Libertà come valore fondamentale a custodia della diversità stessa, non escludiamo la possibilità di costruire un mondo più equo e più giusto.

Equità = Libertà + Giustizia Sociale non vuol dire nient’altro che conferire un senso compiuto e concreto a due parole che vengono sempre pronunciate e mai rispettate nel loro senso profondo: merito e mobilità sociale. Il riconoscimento del merito con assenza di discriminazione di qualsiasi tipo e la conseguente mobilità sociale sono i corrispettivi fattuali in cui si devono tradurre i  due principi cardini della Socialdemocrazia. Rimando all’articolo 3 della Costituzione: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Libertà e Giustizia Sociale, appunto, che si declinano in Eguaglianza di opportunità, di punti di partenza, e non di punti di arrivo.

Certamente anche alla disuguaglianza di risultati va contrapposta una risposta forte: pur in un trend di crescita costante della ricchezza, la forbice fra chi è ricco e chi è povero si allarga sempre di più. Ma questa tendenza va combattuta non attraverso un rifiuto della crescita: per distribuire ricchezza, è innanzitutto necessario crearla. Il semplice trasferimento di ricchezza da chi ha di più a chi ha di meno è utile, ma non può che essere una soluzione di breve termine. Mi spiego: non si può pensare di incidere profondamente sulle dinamiche sociali intervenendo sugli effetti. Questo è ciò che propone una visione di Sinistra cieca, che per esempio pensa che col “reddito di cittadinanza” si risolvano i problemi della gente. Bisogna partire dalle cause e le cause profonde dell’allargarsi di questa forbice sono una quasi totale mancanza di meritocrazia e della conseguente mobilità sociale.

Privilegio al lavoro e lotta alla rendita sono i primi presupposti per incoraggiare merito e mobilità sociale. Il lavoro è ciò più si presta ad essere valutata secondo un criterio meritocratico, mentre la rendita uccide l’idea che essere utile agli altri, oltre che a se stessi, sia il presupposto minimo per potersi meritare agi e privilegi. Di nuovo, riferimento facile all’art. 1 della Costituzione e alla “Repubblica fondata sul lavoro”.

Infine, vorrei ribaltare un po’ il tavolo su una questione fondamentale. La Sinistra comincia dalla Rivoluzione Francese e ha fra le sue tappe fondamentali la pubblicazione del Manifesto del 1848. Quel Manifesto rappresenta la presa di coscienza dell’uomo, pur nelle radici del materialismo storico, che questo mondo può essere cambiato da noi stessi, che il nostro destino dipende da noi. E’ di Sinistra chiedersi che cosa possiamo fare noi per cambiare la Storia e non cosa possono fare gli altri, o lo Stato. Uno Stato che agisce senza le fondamenta di persone in grado di prendere in mano il proprio destino e quello della comunità a cui appartengono è un’istituzione poco efficace e in alcuni casi addirittura dannosa, che può mettere qualche toppa qui e là, ma non potrà mai proporsi di rendere il mondo più giusto. Barack Obama dice: ”It is the fundamental belief that I am my brother’s keeper, I am my sister’s keeper, that makes this country work”. Non gli altri, non lo Stato, noi. Rigorosamente, come comunità.

Andrea Cerrato

Buongiorno

Ho scritto una lettera al Direttore de La Stampa Calabresi, in risposta al Buongiorno pubblicato da Massimo Gramellini questa mattina.

Caro Direttore,

Sono un ragazzo di vent’anni di Torino. Stamattina ho letto il Buongiorno di Massimo Gramellini, intitolato “Funerali di Stato” e ne sono rimasto sconcertato. Non credevo che un giornalista della sua bravura e caratura potesse giungere a un livello così superficiale di analisi.

Nel caso specifico, Gramellini ironizza su un ipotetico desiderio della Banca Centrale Europea di voler veder morti tutti gli anziani italiani, in modo da risparmiare qualche euro da spesa sanitaria e previdenziale. Ovviamente si tratta di un escamotage giornalistico,  che ho però trovato decisamente qualunquista: non ci si aspetta battutine da quattro soldi dal Vicedirettore di una grande testata giornalistica.

Successivamente, Gramellini condanna fermamente il sacrilegio di chiedere un contributo di solidarietà alle pensioni superiori ai tremila euro mensili, senza chiedersi se quei tremila euro siano effettivamente frutto di contributi versati oppure no. Come se tremila euro al mese fossero una miseria in assoluto, a prescindere da quanto uno ha pagato per quella pensione. Io dico: l’ammontare di una pensione può essere considerato equo o non equo. E’ equo quando esso riflette l’entità dei contributi versati, non lo è se succede il contrario. Nella fattispecie, il sistema retributivo ha dato origine a un elevato numero di pensioni che non riflettono (e in taluni casi anche di molto) l’ammontare dei contributi versati. Questo  certamente non rende queste persone dei criminali, ci mancherebbe, ma per lo meno giustifica la richiesta di un contributo in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo.

Nel secondo paragrafo dell’articolo, Gramellini si lancia nell’individuazione di nessi causa-effetto per lo meno dubbi. La sua opinione è che in Italia ancora non sia scoppiata la guerra civile grazie alle risorse accumulate dai nonni  e che queste siano l’unica superstite fonte di welfare nel paese, per i giovani disoccupati. Sicuramente il benessere accumulato dalle generazioni precedenti sta attenuando nel nostro paese l’impatto devastante di una crisi senza precedenti, ma basta questo a stabilire che le pensioni siano ora intoccabili? Non dovremmo pensare a dare alla nostra economia una prospettiva che guardi più al futuro e al lavoro dei giovani oltre che alle pensioni degli anziani (in particolare se ingiustificatamente alte)?

L’idea che non si possano tassare le pensioni degli anziani perché è con le loro mance che campano i giovani mi fa imbestialire: è un ragionamento cieco e conservatore, che priva di un’idea di futuro il paese. Siamo un paese che oggettivamente ha regalato troppo a una generazione, derubando di benessere quella successiva e io, ventenne, devo ancora sentirmi dire che in ragione del mantenimento della pensione dei miei nonni, lo Stato non fa nulla per aiutarmi a trovare un lavoro? Da quarant’anni lo Stato spende più di quanto incassa, poi a un certo punto ce ne accorgiamo e se si chiedono sacrifici a chi ha avuto troppo in passato, nessuno è disposto a mollare l’osso. Bel patto intergenerazionale…

Il contributo di solidarietà, così come altri tagli di spesa che dovranno essere oculatamente operati in futuro, dovrebbero servire a mettere in sesto i conti dello Stato e a finanziare un taglio del costo del lavoro. Il taglio delle tasse e le riforme creano lavoro, le pensioni (in particolare se eccessive) non lo creano. Suggerisco a Gramellini di chiedere a un disoccupato 30enne se preferisce vivere con la mancia del nonno o se non preferisca piuttosto trovare un lavoro che lo gratifichi con un salario ed insieme ad esso gli restituisca la dignità che decenni di malgoverno hanno contribuito a togliergli.

Andrea Cerrato

Senza Paura

E’ una bella storia quella che abbiamo vissuto ieri sera: in Europa, c’è un paese, l’Italia, che non si è piegato ai venti impetuosi dell’antieuropeismo facile. Un Paese con il 42% di disoccupazione giovanile che manda un messaggio di speranza e di fiducia nel futuro inequivocabile al resto dell’Europa. Mi sono sentito orgoglioso della maturità che questo Paese, il mio, ha dimostrato ieri. Ora la Germania dovrà parlare con noi, perché i colossi dell’UE, Francia e UK, sono in mano ai populisti. E in questo senso è un’occasione da non mancare, quella del semestre europeo.

Questo risultato ha un artefice ben preciso, che si chiama Partito Democratico. Ieri ho avuto la netta sensazione di appartenere a qualcosa di molto più grande di me. A una comunità di donne e uomini di Sinistra che ha convinto, uno per uno, la stragrande maggioranza degli italiani a non lasciarsi andare alla rassegnazione e che si sta caricando sulle spalle la responsabilità, bellissima, di regalare un futuro al nostro Paese. Il messaggio, forte e chiaro, che arriva da queste elezioni europee è di andare avanti, di non fermarsi qui, perché solo il primo passo è stato compiuto, per cambiare l’Italia e l’Europa.

E’ curioso che l’unica forza politica a contenere nel suo nome la parola “Partito” (pensateci un po’) abbia distrutto le velleità di vittoria del Movimento 5 Stelle. Quei partiti dati per morti, finiti, usurpatori della democrazia. La politica è fatta di partiti che offrono soluzioni, il folklore è un’altra cosa. La barzelletta è finita, Beppe. 40% e tutti a casa, ma quei tutti siete voi. Avete sputato fuoco su animi disperati e scoraggiati da una crisi che non sembra avere fine, avete fischiato l’inno, vi siete paragonati ad Enrico Berlinguer dopo i Vaffa, non avete dimostrato il minimo rispetto per la storia dell’Europa, per ciò che ha significato nel Dopoguerra e per ciò che dovrà necessariamente diventare. Questo è il risultato.

Tre mesi fa scrissi che la cartina di tornasole per il Governo sarebbero state le elezioni europee e solo in quel momento sarebbe stato chiaro se la scelta della staffetta Letta-Renzi fosse giusta o meno. Il Pd passa dal 25% dell’anno scorso al 40%, argina le derive populiste e offre all’Europa un’Italia responsabile e unica depositaria, insieme alla Germania, di una autentica speranza europeista. Non so dove saremmo andati a finire, con Letta al governo fino a ieri. Un’idea ce l’ho…

Ora su le maniche, a lavoro. C’è un Paese da risollevare. Senza paura.

Andrea Cerrato

Ri-formare

Nel chiedersi se una certa parte politica si possa o meno definire “riformista”, è necessario specificare che cosa si intenda per riformista. Partiamo dal termine: riformare ha un significato diverso da cambiare, modificare e tutti i sinonimi che possono venirvi in mente. Significa “formare ex novo” e il risultato che ne consegue è totalmente altro rispetto all’esistente. Non si tratta di modificare l’arredamento di una casa, ma di sconvolgerne totalmente le fondamenta. Magari ci vorrà un po’, ma il risultato di tale “riforma” sarà un ambiente in grado di riparare ancora meglio in caso di pioggia o di freddo.

Dunque non è riformista chi semplicemente propone qualcosa di diverso dallo status quo. Anche coloro che definiamo conservatori pongono all’attenzione politica istanze di cambiamento: ma cambiamento non è sinonimo di riforma. Il punto è che non bisogna valutare l’agire medesimo, ma l’intenzione, il modo e le conseguenze di tale agire e sono queste tre caratteristiche dell’azione che permettono, ad esempio, di distinguere un governo conservatore da uno riformista. Non è un caso, infatti, che i governi riformisti suscitino spesso aspre critiche nell’opinione pubblica: il loro cambiamento non si limita ad intaccare l’ordine costituito, ma lo fa defilandosi da valori (se vogliamo essere compiacenti) o interessi (nel caso italiano) considerati tradizionalmente buoni da alcuni gruppi.

Dunque, il semplice cambiamento può essere considerato anche conservatore, la riforma no. E non bisogna confondere il conservatorismo con l’immobilismo: se domani un conservatore dovesse trovarsi all’Eliseo, non rimarrebbe con le mani in tasca per  5 anni giusto perché sente l’esigenza di dover mantenere inalterato lo status quo. Probabilmente si prodigherebbe per l’abolizione del matrimonio fra omosessuali (e cos’è questo se non un gran bel cambiamento?), in quanto l’idea che ha di famiglia è quella consolidatasi nell’ultimo millennio e che non può essere assolutamente soggetta a variazioni fino alla fine dei tempi. La riforma è, al contrario, un cambiamento in grado di stravolgere lo status quo e lo sfondo culturale di un determinato contesto, di fare tabula rasa di tutto ciò che parassitava in precedenza. Considerate l’ex CEO Microsoft Steve Ballamer (e perdonate l’esempio pop) che all’uscita del primo iPhone dichiarò: “Ho detto che è il telefono più costoso del mondo e non è interessante perché non ha una tastiera”. Da conservatore, non aveva compreso la portata riformatrice del solo immaginare un telefono senza alcun tasto. Jobs invece ebbe il coraggio di produrlo: e se nell’immediato il nuovo gadget tecnologico stentava a decollare, nel lungo periodo è divenuto lo standard, rivoluzionando di fatto il settore delle comunicazioni. Con buona pace di Ballamer.

Da quanto sostenuto deriva questo punto di arrivo: riformista è quell’individuo politico che alle istanze di cambiamento risponde, emarginando schemi di pensiero e tavole di valori tradizionali. Ci pare superfluo sottolineare infine, fermo restando il piacevole gioco intorno alle definizioni, che bisognerebbe astenersi dal definire il riformismo e cominciare ad attuarlo.

Andrea Cerrato & Edoardo Polito

Scacco matto

Non nascondo il mio disagio nell’esprimere il mio pensiero riguardo alle ultime vicende politiche, che vedono al centro il Governo e il Partito Democratico. Ho avuto bisogno di qualche ora di riflessione, prima di trasformare lo sconcerto iniziale in un’analisi razionale.

Non riassumo qui i fatti, che, nonostante orfani, almeno parzialmente, dell’usuale nesso causa-effetto che lega fra loro due eventi, sono noti a tutti. Non si comprende fino in fondo, infatti, quale sia il motivo profondo, non tanto della sfiducia al Governo, ma dell’effettiva sostituzione di Enrico Letta con Matteo Renzi a capo dell’esecutivo.

Il problema centrale della questione sta, dal mio punto di vista, nella comunicazione, pessima, che il Pd ha riservato a giornali e opinione pubblica riguardo al Governo. Ogni scelta politica infatti, se spiegata, può risultare condivisibile o non condivisibile, a seconda delle diverse sensibilità di chi la valuta. Se invece non viene spiegata approfonditamente, scopre il fianco a valutazioni unilaterali, che vanno inevitabilmente nella direzione della critica.

In seguito  alle Primarie, il Pd, nella figura del suo Segretario, ha sempre dichiarato il suo appoggio al Governo, pur non risparmiando critiche vigorose e stimoli all’azione di una certa rilevanza. Una politica coerente a quello che Matteo Renzi aveva dichiarato in campagna elettorale per il Congresso. Poi, di punto in bianco, sono precipitati gli eventi per motivi ancora non del tutto chiari e si è giunti alla sfiducia sostanziale votata dalla Direzione. Al degenerare dei rapporti fra il premier e il sindaco, due vie si aprivano al Pd: approvare la legge elettorale nel più breve tempo possibile e andare a elezioni, oppure cambiare il Governo nelle sue componenti, ma non nella sua sostanziale maggioranza, data l’impossibilità di creare un’alternativa a quella attuale.

A mio avviso, la prima delle due ipotesi sarebbe stata preferibile, sia per coerenza con ciò che era stato detto in campagna elettorale, sia per avere la possibilità, in caso di vittoria alle elezioni, di costruire un programma preciso e condiviso da una maggioranza coesa. Detta spiccia: un conto è cercare di cambiare un Paese alla sbando con una maggioranza solida e un programma ben definito e condiviso da una coalizione omogenea, un altro è dover trattare quotidianamente con Alfano per fare qualunque cosa. Non so dire esattamente se l’ipotesi delle elezioni anticipate sia stata rifiutata categoricamente dal Presidente della Repubblica, ma penso che se ci fosse stata una volontà politica forte di andare a votare, ci staremmo preparando al voto.

Al contrario, si è deciso di optare per la seconda possibilità, che non solo espone il Segretario a elevato rischio di logoramento nella fatica di sintetizzare idee ed esigenze di una maggioranza così eterogenea, ma risulta anche poco condivisibile agli occhi di un’opinione pubblica che vedeva in Matteo Renzi l’unico politico veramente legittimato dal voto popolare e che lo sente ora pronunciare parole diverse rispetto a qualche mese fa. Non siamo ingenui: le circostanze politiche evolvono velocemente ed è normale che a fattispecie concrete in continuo cambiamento, possano corrispondere scelte diverse da quelle dichiarate in passato. Per questo motivo, non mi turberebbe il “voltafaccia” di Matteo Renzi, rimarcato da più parti, se fosse accompagnato da giustificazioni adeguate;  piuttosto, mi turba la gestione della comunicazione interna ed esterna di un partito che pretende di essere il faro socialdemocratico di questo Paese. E’ fondamentale spiegare approfonditamente i motivi alla base di certe mosse, se non si vuole correre il rischio di essere delegittimati.

Ora non resta che attendere la composizione del Governo, i Ministri e il programma. Ovviamente, gli effetti politici della mossa non potranno che essere valutati più avanti, ma è normale che possa sorgere qualche perplessità sull’operato del futuro esecutivo. Se una spinta propulsiva importante potrà venire sul fronte delle riforme costituzionali e sulla legge elettorale,  poche misure che veramente possano aiutare il Paese a uscire dal pantano economico potranno essere messe sul tavolo e attuate. Mi chiedo: come si fa, con Alfano, a combattere l’insano sistema di corporativismi bipartisan che tiene in ostaggio l’economia di questo paese e che ne frena sviluppo e occupazione? Complicato, molto complicato…

La prima cartina di tornasole saranno le elezioni europee. Se il governo sarà riuscito a portare a casa qualche risultato concreto e a contenere l’ascesa, comprensibile peraltro, dei populismi, la scelta si sarà dimostrata vincente. Se invece all’attivismo e al pragmatismo, cavalli di battaglia di Matteo Renzi, si sostituirà una melina foriera di logoramento, ne avremo bruciato un altro, senza neanche farlo passare dalle urne. Un’impresa da titani, un’impresa da PD.

Andrea Cerrato

Esegesi del MoVimento

Non mi vorrei soffermare sullo scambio di opinioni/insulti fra MoVimento, Partito Democratico e Presidente della Camera, con annesse le scontate indignazioni e manifestazioni di solidarietà. Mi rammarico piuttosto del livello che il dibattito politico ha assunto nell’ultima settimana, che giudico irrispettoso delle difficoltà del Paese.

Vorrei piuttosto proporvi un’analisi sociologica del MoVimento, che sembra assumere alcuni tratti di un vero e proprio partito, uno di quelli che esso stesso contesta. La grande forza del MoVimento deriva dalla suo estraniarsi da qualsiasi processo decisionale, evitando in questo modo di “mescolarsi” agli altri partiti e poter sempre e liberamente puntare il dito su qualsiasi mossa del Governo (che pure ha prodotto poco o nulla). Chi governa decide e chi decide divide. Chi invece urla e sfoga la sua frustrazione in un’eterna opposizione dura e pura a qualsiasi cosa finisce forzatamente per unire.

Ho compreso l’atteggiamento del MoVimento fino a poco tempo fa: per chi, giustamente, nota e fa notare le porcate, le mancanze, le ipocrisie, le menzogne e i conflitti di interesse che il nostro sistema-paese partitocratico ha innegabilmente partorito, è dura decidersi a collaborare. Il ragionamento è semplice: con questi ci si sporca solo le mani, meglio starne fuori, surriscaldare ancora un po’ gli animi e sperare di strappare ancora qualche voto in vista delle elezioni per provare a vincerle.

Scusate, però, se sorrido. Tutte le critiche che il MoVimento utilizza per screditare gli altri partiti, che spesso in questi anni hanno dato prova di inettitudine, possono valere in larga parte anche per il MoVimento stesso.

– Parlano della cosiddetta “informazione di regime”. E’ innegabile che molti, quasi tutti, i grandi giornali spalleggino l’uno o l’altro schieramento. Repubblica, Unità da una parte, Libero e il Giornale dall’altra. Mi permetto di far notare che il Fatto Quotidiano è tendenzioso a favore del M5S almeno quanto lo sono gli altri giornali, in particolare nelle sue figure di spicco (Scanzi, Travaglio, Padellaro). Sono persone intelligenti, magari in cerca di un po’ di visibilità, che si dichiarano indipendenti. A questo proposito ricordo ancora il duplice public endorsement di Travaglio a Grillo e Ingroia, stampato in prima pagina il giorno prima delle elezioni. Non ho mai letto un loro articolo che criticasse il MoVimento sui contenuti, cioè dove sono più deboli. Sempre e solo sul metodo, che, si sa, in Italia interessa a pochi.

– Condannano l’uso reiterato della menzogna per “coprire” le porcate. E’ da mercoledì che sento attivisti e parlamentari del MoVimento andare in tv a “svegliare le coscienze” degli italiani, dicendo che 7.5 mld sono stati regalati dallo Stato alle banche. Questa è una balla, una balla molto grossa, prodotta o da un’analisi molto superficiale (siamo sicuri che siano diventati così competenti?) oppure da un’intelligente strategia politica volta a fomentare ulteriormente le folle disperate (equivalente a quella usata da anni dai partiti e da loro condannata).

– Si scandalizzano del fatto che Berlusconi (in Cassazione, per frode fiscale) e Renzi (in primo grado dalla Corte dei Conti, per danno erariale) siano condannati. Mi limito a far notare che Beppe Grillo è condannato in Cassazione per omicidio plurimo colposo. Affinché non mi si prenda per superficiale, dico che mi rendo bene conto della differenza che c’è, da un punto di vista di credibilità politica, fra rubare soldi pubblici e avere un incidente d’auto. Così come Di Battista dovrebbe rendersi bene conto della differenza che c’è fra una condanna in primo grado e una in Cassazione.

– Ci raccontano che Grillo e Casaleggio non dettano la linea: sono lì a fare le belle statuine. Non capisco allora a che titolo Beppe Grillo vada alle consultazioni con il Presidente della Repubblica, introduca ogni V-day del MoVimento, indica i fantomatici referendum sul web (in cui votano sì e no 30.000 persone) sul sito del suo blog personale.

Insomma, a voler fare un’analisi molto sbrigativa e semplicistica della realtà, usando cioè la loro stessa forma mentis, anche il MoVimento ha un giornale di discreta audience che lo sostiene sfacciatamente, un certo numero di “presunti” intellettuali che lo spalleggiano, fa un uso reiterato della menzogna per portare acqua al suo mulino, è un partito (pardon, un movimento) sostanzialmente personalistico (non meno di Forza Italia e sicuramente più del Partito Democratico) con un leader fuori dal Parlamento e condannato. Mi permetto di aggiungere, con l’aggravante di credersi moralmente superiore, più pulito e di fare del pensiero dominante e acritico, allergico alla critica, una delle sue armi migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista).

Trovate le differenze…

Andrea Cerrato