Eredi, non reduci: tre consigli per ripartire

“Eredi, non reduci”, ha detto Matteo Renzi al Lingotto, per lanciare la sua candidatura alla Segreteria del Partito Democratico. Eredi di una tradizione di centrosinistra riformista, a vocazione maggioritaria: quella che crede in una società aperta, in cui si è meno liberi se c’è meno giustizia sociale e in cui c’è meno giustizia sociale se si è meno liberi; quella che non ha paura di pronunciare la parola “merito”, ma che non si dimentica di chi è in difficoltà; quella che incoraggia l’ambizione di chi ha voglia di fare le cose in grande, ma che non si scorda che i sogni da alimentare sono quelli di tutti, non solo quelli di chi parte avvantaggiato; quella che, in fin dei conti, ha sempre preferito il frutto del duro lavoro, della fatica e del talento, alla comodità di un lauto patrimonio, o di una rendita di posizione.

Si è detto che ci ritroviamo tutti “per discutere, per dividerci se necessario”, pur rimanendo nel solco – eredi, appunto – dei nostri valori fondamentali, e che è importante restituire significato alla parola “compagno” (dal latino “companio”: colui che ha il pane in comune). Ecco, dalla posizione di chi mai si è chiamato fuori dalla tradizione originaria del Pd e ha condiviso ben più del solo pane – ma anche tempo, idee, emozioni e speranze – con chi di questa tradizione si è fatto rappresentante, provo a mettere in fila un po’ di consigli da cui ripartire.

  • Non si deve perdere il coraggio di dire la verità

Matteo Renzi diceva con forza, qualche anno fa, che il debito pubblico va tenuto sotto controllo non per fare un favore all’Europa, ma per fare un favore ai nostri figli. Questa era e rimane una grande verità, che non bisogna avere timore di ribadire. Gli accenni all’Europa degli “zero virgola” e dei “tecnocrati” invece rimandano ad una retorica che non ci appartiene. Non ce lo chiede l’Europa, ce lo chiedono le giovani generazioni. Non mettiamo l’idea – dirompente e necessaria – di un’Europa più unita, più solidale e più aperta al mondo in contrapposizione con il principio dell’equilibrio dei conti pubblici perché l’una non esclude l’altro.

Bisogna dire al Paese la verità sulle condizioni economiche in cui versa e provare con entusiasmo a proporre le nostre idee di cambiamento. L’Italia ha pochi laureati rispetto agli altri paesi europei e buona parte di essi non sono assorbiti dal nostro tessuto produttivo. La nostra produttività del lavoro non cresce da 20 anni e, con essa, i salari. Poche persone lavorano, in particolare fra le donne, e i pochi che lavorano sono ultratassati. Il numero di persone a rischio povertà è raddoppiato dall’inizio della crisi ad oggi e la nostra spesa pubblica non è stata in grado di offrire una prospettiva di ascesa sociale ai più poveri. Insomma, nonostante gli sforzi degli ultimi tre anni su tutti questi fronti, dal JobsAct al reddito di inclusione, dai variegati tagli di tasse alla riforma (parziale) della scuola, i passi in avanti da fare rimangono molti ed è bene che il Paese lo sappia (e che lo sappia anche il Pd).

  • Riconosciamo in che cosa non siamo stati eredi

Nonostante gli ultimi anni abbiano dimostrato che il Pd a vocazione maggioritaria non solo abbia senso di esistere, ma sia anche (forse l’unica) alternativa all’ascesa della destra sociale (declinata in forme particolari sia dalla Lega sia dal M5S), si può riconoscere in serenità che qualche passo falso sia stato compiuto. E’ stato compiuto quando il Pd si è sentito un po’ meno erede di una nobile tradizione riformista e un po’ più reduce da 20 anni di vecchia politica. La cancellazione dell’Imu (una tassa patrimoniale) sulla prima casa e la retorica dei bonus (500 Euro a insegnanti, poliziotti, diciottenni, ecc.) sono politiche che non si inseriscono nel solco tradizionale delle riforme desiderate dal centrosinistra, né hanno solide motivazioni economiche a loro sostegno. La combinazione di queste due caratteristiche rende queste misure inopportune, sia da una prospettiva ideale, sia da una prospettiva pragmatica. Si può discuterne di nuovo, senza drammi.

  • Siamo orgogliosi di ciò che di buono abbiamo fatto per il Paese e non smettiamo di pensare che sforzarsi di cambiarlo sia meglio di lamentarsi

Si sono fatte riforme importanti, negli ultimi tre anni, di cui andare orgogliosi: basterebbe il JobsAct, con 700,000 nuovi posti di lavoro (di cui i ¾ permanenti) e la creazione del primo sussidio di disoccupazione universale nella storia del Paese, per esserlo. Ma ci sono stati anche altri passaggi importanti: la creazione di un’agenzia nazionale anti-corruzione, le unioni civili, il reddito di inclusione (il primo strumento organico di lotta alla povertà), solo per citarne alcuni. La riforma della Pubblica Amministrazione, la riforma della scuola e l’istituzione delle politiche attive per il lavoro sono altri provvedimenti che vanno nella giusta direzione, ma che necessitano di efficaci politiche di implementazione. Il Pd ha ragione di rivendicare ciò che di buono è stato fatto, perché, in un paese che di riforme vere non ne ha quasi mai digerite (se non sotto il diktat di un governo tecnico), si è preso la responsabilità di guidare un processo di riformismo dal basso. Imperfetto forse, ma innovativo. Non bisogna perdere (se già non lo abbiamo perso) quello spirito iniziale, quello ambizioso di rivoltare il paese come un calzino, quello del “fuori i partiti dalla Rai” e del “fuori i partiti dalle banche”. Un paese non muore di “bulimia di riforme”, ma di un declino lento e implacabile che solo riforme audaci possono impedire. E’ vero: è tempo di proporzionale e di partitini, ma proviamo, almeno noi, a non arrenderci e a pensare in grande. Promettiamoci che arriveremo a 60 anni guardandoci in faccia e dicendoci che almeno ci avremo provato, invece di stare con il broncio a lamentarci di quante cose non funzionano.

Buona fortuna a tutti, ne avremo bisogno.

Andrea Cerrato

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